Il vero compito del servitore, qualunque sia la sua occupazione in termini concreti, è di tipo alchemico: sapere favorire il passaggio tra luce e forma, tra spirito e materia. Egli è in parte una sentinella che sta su quel confine e ne osserva tutti gli accadimenti; in parte è una madre premurosa che ama e accoglie entrambi i lati della realtà; in parte è, appunto, un alchimista che trova continuamente i giusti modi per portare la luce nella materia, così liberandola da ciò che la avviluppa e rendendola bella, duttile, soffice.

 

Alcuni giorni fa, mentre stavo in un momento di scambio consapevole col sole, aprendomi a lasciarmi penetrare dalla sua luce e dalle qualità che questa porta con sé, d’un tratto ho percepito un nuovo punto di contatto con me stessa. É quel punto in cui quei raggi, non solo fisici ma soprattutto psichici, incontrano ciò che io sono, con tutto ciò che mi rappresenta e mi definisce come persona: una congerie di elementi diversi, di diversa origine e natura, di diverso livello di maturazione, ognuno con una sua vibrazione più o meno elevata e più o meno bassa. In teoria lo sappiamo che nell’uomo il divino e l’umano, lo spirito e la materia convergono, anzi, in nessuna creatura vivente ciò accade quanto nell’uomo, sia perché egli può esserne in qualche misura consapevole, sia perché gli estremi spirito- materia in lui/ lei sono più accentuati che in altre forme naturali.

In quel momento, quel punto interiore di incontro tra aspetti tanto diversi, ha catturato la mia attenzione come mai prima. Ho sentito che proprio quello era il punto “da tenere”, lì potevo risiedere e acquietarmi.

Come umanità di fatto quello è il punto in cui viviamo e siamo; con diversi tipi di rapporto tra le due parti, chi con lo sguardo più volto alla luce, chi più all’ombra, ma tutti abbiamo in comune l’esperienza di questa “vita di confine”. Solo che come umanità non ne siamo consapevoli e in genere ci si occupa più degli spazi esterni in cui muoversi che non di quelli interni in cui abitare come coscienza. Eppure è quando troviamo il nostro posto “dentro” che possiamo muoverci meglio anche “fuori”.

La ricerca cosciente della luce, con tutti i significati che questo termine tanto ampio può assumere, segna il punto di inizio di un sentiero spirituale consapevole: una luce da contattare e da diffondere come nostro compito di servizio.

In genere in questo inizio non vi è solo una ricerca, ma un vero e proprio anelito alla luce, forse perché la stavamo cercando da molto tempo, anche senza saperlo. Anelandovi, impariamo a percepirla, a riconoscerla, a immergerci in essa, a farla nostra. E più viviamo questo contatto, più disdegniamo e rifiutiamo qualunque cosa che abbia a che fare con l’ombra: che siano stati emotivi, attaccamenti, punti di debolezza e di ignoranza (nel senso di non sapere), fino quasi a cercare di nasconderli anche a noi stessi. Mentre ogni sprazzo di luce ci riempie di gioia e di senso di conseguimento.

A questa prima fase di entusiasmo e di certezza che a breve la nostra vita sarà solo positività e gioia, ne segue un’altra: quella in cui facciamo i conti con momenti di “ricaduta”, di emersione di vecchi problemi e conflitti. Nel nostro lessico compare allora la frase: “Sono ancora lì…”, e la pronunciamo con un sentimento di delusione sia verso noi stessi che verso le sperate amenità del sentiero intrapreso.

Così, per chi percorre la via della crescita consapevole e del servizio, alla sofferenza provocata dagli eventi stessi che si presentano in qualunque vita umana, si aggiunge uno stato di frustrazione e di disappunto per non essere capaci di rispondervi in modo “superiore”, per non riuscire ancora ad esercitare quella “divina indifferenza” di cui ci parlano tanto gli Insegnamenti. Perciò ne risulta una doppia sofferenza, laddove la sensazione di non essere in grado di comportarci da “veri servitori” tende a prendere addirittura il sopravvento sui problemi in sé.

Questa fase di alternanza tra momenti su e momenti giù, tra senso di conseguimento e senso di inadeguatezza, perdura piuttosto a lungo, dando luogo a oscillazioni anche forti nella qualità del rapporto con noi stessi e con il mondo. In questo lungo periodo si avverte spesso un vissuto di sforzo e di pro-tensione verso la conquista di nuovi territori di conoscenza e di contatto con la vita; così come è vivo lo sforzo per mantenere le posizioni conquistate in termini di orientamento dell’attenzione e di qualità del pensiero e dell’azione.

La vita della persona che aspira a nuovi spazi di coscienza e che nutre tale aspirazione in modo prioritario e costante, non può dunque essere definita come rilassata e priva di sfide. Ma per fortuna, proprio quando potremmo essere invasi dallo scoramento di fronte ad un percorso interiore piuttosto impervio, si aprono davanti a noi nuove comprensioni, che ci indicano atteggiamenti e modi via via più funzionali per percorrere il sentiero.

Ecco, mettere da parte l’aspettativa di spostare l’autoidentificazione dal mondo della forma a quello della luce, e accettare invece come nuovo punto di identificazione quel confine tra la nostra luce e la nostra ombra, può rappresentare un nuovo passaggio in coscienza. E’ un punto di libertà; poter non essere né questo né quello e allo stesso tempo poter vivere entrambi simultaneamente, amplia di molto il campo delle nostre possibilità. Ci rende anche più flessibili e accettanti verso noi stessi, tirandoci fuori da quel “dover essere” che più che facilitarci ci rallenta e ci danneggia.

Siamo anime incarnate, che hanno sia lo scopo di imparare a vivere sempre più nella luce, ma altrettanto quello di frequentare e di esplorare tutte le possibilità della materia, della nostra stessa materia e di quella intorno a noi. Perciò quel punto di confine ci si addice perfettamente come spazio di identificazione. In fondo è la linea del nostro orizzonte psichico, lì dove il nostro cielo e la nostra terra si uniscono. E’ un’unione che dà gioia perché ci permette di essere come vogliamo e ciò che vogliamo; proprio su quel confine sottile possiamo sperimentare tutto ciò che ci attrae del mondo della materia, restando comunque aperti al mondo dello spirito. Credo che questo sia in fondo il dono più bello della nostra incarnazione umana, un dono che non possiamo rischiare di non accogliere completamente.

Chi può insegnarci a stare su quell’orizzonte e a creare da quel punto, è solo il nostro cuore: la mente tende invece a separare gli elementi di natura diversa, e il corpo ha più dimestichezza con la terra che col cielo. Ma il cuore, fatto a misura per ciò che è sottile e ineffabile, sa riconoscere quella sottilissima linea di orizzonte interno, e anzi, è proprio lì che si trova davvero a suo agio.

Quel punto è quello in cui come servitori siamo chiamati a stare e da lì ci è chiesto di operare, così vivendo ed esprimendo allo stesso tempo la luce della terra e la concretezza del cielo. Quello è il punto magico in cui il rosso intenso del nostro sangue si mescola col fluido dorato che promana dal cuore del sole.

Il vero compito del servitore, qualunque sia la sua occupazione in termini concreti, è di tipo alchemico: sapere favorire il passaggio tra luce e forma, tra spirito e materia. Egli è in parte una sentinella che sta su quel confine e ne osserva tutti gli accadimenti; in parte è una madre premurosa che ama e accoglie entrambi i lati della realtà; in parte è, appunto, un alchimista che trova continuamente i giusti modi per portare la luce nella materia, così liberandola da ciò che la avviluppa e rendendola bella, duttile, soffice.

Lì stiamo, noi servitori e sacerdoti di una nuova epoca e di un nuovo mondo, chiamati a celebrare attimo per attimo il grande rito che fonde la terra col cielo, lo spirito con la materia.

Marina Bernardi