Nell’universo, che è fondamentalmente una grande Coscienza, esistono, vivono e si manifestano infiniti stati di coscienza: sono modi peculiari di rapportarsi con la vita e di svolgervi la propria parte. Ciò vale non solo per l’essere umano, ma anche per tutti gli esseri degli altri Regni di natura, subumani e superumani. Tali stati sono collocabili secondo un ordine gerarchico, da quelli più basici e rudimentali a quelli più raffinati ed elevati; tutti gli esseri si trovano in uno stato o nell’altro in base al loro livello di sviluppo.

Tutto ciò significa anche che tutti gli stati di coscienza sono potenziali per tutti gli esseri, e che, implicitamente, ogni creatura può andare oltre un suo modo di rapportarsi con la vita per accedere a uno più elevato, così trascendendo continuamente quegli stati già realizzati. Vediamo dunque quanta mobilità si manifesti nell’universo, tanto che la parola “ stato” sembra non fare onore a tale ricca dinamicità spontaneamente evolventesi.

All’uomo, a differenza degli esseri appartenenti ai Regni subumani, è data la possibilità di essere consapevole non solo di se stesso ma anche dello stato della sua coscienza e del suo sviluppo, possibilità tuttavia esercitata solo da una parte più matura dell’umanità.

Per esercitare la facoltà prettamente umana di “trasferirsi” da uno stato all’altro, è utile, se non propriamente necessario, sapere che gli stati di coscienza potenziali possono essere consapevolmente attivati, passando così dalla potenzialità all’attualità.

Arrivati a un certo grado di sviluppo, quando sono state scoperti e realizzate sufficientemente le caratteristiche dell’individualità, cioè dell’essere consapevolmente “individuo”, si apre davanti alla persona in cammino il portale della coscienza di gruppo.

E’ un portale, perché è un passaggio molto preciso, ma avviene tuttavia gradualmente, attraverso una lunga serie di passaggi minori, tutti convergenti sul valore di un progressivo ampliamento dello spazio interiore e dell’inclusione di più e più esseri entro la propria sfera di attenzione, interesse e cura.

Si tratta dunque di un modo di essere che diventa un vero e proprio nuovo “territorio” da conquistare passo dopo passo da parte della coscienza che cresce.

 

E’ una conquista che si matura attraverso l’attrito inevitabile tra modi di pensare, sentire e agire che facevano parte della conquista della piena individualità, e modalità del tutto diverse e perfino opposte, che caratterizzano lo stato di coscienza di gruppo. Ne deriva l’immagine di una lotta tra parti di noi addestrate e abituate ad atteggiamenti di attenzione e salvaguardia dei vantaggi ed interessi personali contro le qualità di altruismo e di cura rivolti al bene comune. Che ci piaccia o no, è una lotta e non una passeggiata da un modo all’altro; perché le parti di noi che tanto si sono impegnate a sviluppare la capacità di mettersi al centro e di dare attenzione ai propri bisogni, non mollano facilmente la presa, ma anzi, potrebbero perfino rinfocolarsi di fronte alla pressione esercitata da valori nuovi, che “tirano” il nostro essere in una direzione opposta. Perciò mentre aspiriamo a diventare magnanimi e inclusivi, si presentano forti richiami a preoccuparci di noi stessi. Di certo non sono passaggi facili da affrontare! Soprattutto da soli e immersi in un ambiente e in una collettività che in genere a tutto pensa tranne che ad includere l’altro nella propria sfera di cura.

E’ proprio a questo punto che il gruppo diventa un aiuto e un’opportunità; non solo il gruppo umano a cui apparteniamo per vie naturali, in primo luogo la famiglia, che comunque può essere (anche se spesso non è) un primo alveo di allenamento all’abbattimento della barriera di egocentrismo. Ma l’aiuto più grande può venire, oltre che dall’intento personale, dall’entrare a far parte di un “gruppo intenzionale”, dove cioè i valori dello stato di coscienza di gruppo sono consapevolmente perseguiti.

Un tale tipo di gruppo diventa così una vera e propria “palestra di allenamento” della coscienza, anche perché il proposito stesso che lo anima è volto al bene comune e al servizio verso l’umanità.

Qui, in questa palestra, possono apertamente scontrarsi le parti egocentriche e quelle altruiste, e questo vale per tutti coloro che vi fanno parte. Si attiva così un effetto di “rispecchiamento reciproco” in cui è molto più facile contattare e riconoscere i propri limiti ed è anche più facile superarli grazie all’emulazione reciproca delle qualità sviluppate da ognuno. Più sarà il tempo e l’energia dedicati alla vita di gruppo e più intenso sarà l’allenamento. Quanto è diversa questa visione del gruppo come spazio di auto-addestramento consapevole ( e che pertanto mette ancora più in evidenza le nostre componenti separative) dal modello idealizzato che spesso se ne coltiva!

 

Il grande vantaggio dell’esperienza di gruppo è quello di avere degli obbiettivi di crescita unificati, perché tutti vi cercano proprio questi, e di essere un campo generato dai suoi obbiettivi stessi, che, essendo volti allo sviluppo di una coscienza più elevata, generano un campo di amore e di inclusione intenzionali, cioè scelti e coltivati a priori.

Mano a mano che parti separative di noi sfumano, si crea lo spazio interno in cui possano atterrare i pensieri, sentimenti e modelli che fanno parte della coscienza di gruppo. Già, perché non può esservi una semplice sovrapposizione di questi a quelli della coscienza individuale, ma è necessaria una graduale sostituzione degli uni agli altri.

E che ne è dell’individualità? Essa è un bene prezioso, faticosamente conquistato e sempre e ancora indispensabile. Anzi, una volta che sia liberata dalle scorie dell’egocentrismo e dell’egoismo, essa diviene il dono con cui ognuno può contribuire alla coscienza del gruppo di cui fa parte, così nutrendo la propria coscienza di gruppo.

Già, perché “coscienza del gruppo” e “coscienza di gruppo” non sono sinonimi: la prima definisce le caratteristiche in coscienza di quello specifico gruppo, mentre la seconda sta ad indicare uno stato di coscienza che è una tappa da raggiungere da parte dell’umanità, e che coincide con la coscienza dell’anima.

C’è poi un terzo aspetto che è l’”esperienza di gruppo”, cioè tutto ciò che viviamo nel gruppo di cui scegliamo di essere parte e nei vari gruppi in cui ci troviamo di momento in momento: a molte esperienze di gruppo corrisponde molto apprendimento.

 

La coscienza di gruppo è ciò di cui l’umanità oggi ha più bisogno: porta con sé il senso dell’interconnessione tra gli esseri, della giusta distribuzione delle risorse, della cooperazione a tutti i livelli, del Bene Comune come riferimento per ogni scelta.

Ogni passaggio verso tale stato di coscienza che riusciamo a realizzare dentro di noi, è perciò un grande servizio per il Bene dell’umanità.

di Marina Bernardi