Raimon Panikkar ha scritto di sé dopo essere tornato da una missione in India:
“sono partito cristiano, mi sono scoperto hindú e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano”

Raimon PanikkarRaimon Panikkar Alemany è stato un filosofo, teologo, presbitero e scrittore spagnolo, di cultura indiana e spagnola. È stato una guida spirituale del XX secolo e innovatore del pensiero, teorizzatore e testimone del dialogo interculturale e dell’incontro tra le religioni. Sacerdote cattolico, fu autore di oltre sessanta libri e di diverse centinaia di articoli su religioni comparate e dialogo interreligioso. Fu al tempo stesso docente e mistico.

Nasce il 2 novembre 1918, da madre cattolica e da padre indiano induista, a Sarriá, un quartiere di Barcellona. Ha una vita intensa: dopo il diploma dai Gesuiti diventa esule per poi rientrare in patria e laurearsi. Prende altre due lauree negli anni a seguire. Si avvicina anche all’Opus Dei dove rimane per vent’anni, diventando sacerdote.

Racconta di questo periodo:

In questi miei anni nell’Opus Dei era come se vivessi in un’estasi permanente al di là dell’esistenza puramente temporale. Questo mi permise di sopportare le rigidità […] nell’organizzazione. La spiegazione esterna agli occhi di altri fu invece attribuita al fatto che fossi un filosofo che vive nelle nuvole e non vede la realtà. Di fatto vivevo a un altro livello – che a quel tempo era chiamato “dimensione soprannaturale“.»
da “Raimon Panikkar, Pellegrinaggio e ritorno alla sorgente”, Milano, Jaca Book, 2011, p. 125

Diventa poi un insegnante all’università, dove ricopre diversi incarichi accademici ed istituzionali ed iniza a scrivere.

A 36 anni si reca in missione apostolica in India. L’incontro e la conoscenza di induismo e buddhismo cambiano il suo atteggiamento, senza modificare il suo essere cristiano.

In India risiede nella città santa indù di Varanasi, dedicandosi allo studio, alla scrittura, alla preghiera e alla meditazione e svolge il ruolo di ricercatore nelle Università di Varanasi e di Mysore, riconoscendo la cultura indiana come parte delle proprie radici.

Dal 1964, rientrato in India, collabora al Christian Institute for the Study of Religion and Society approfondendo questioni di filosofia indù. Tiene lezioni di cultura indù in vari paesi latinoamericani e nel 1966 è delegato degli Stati Indiani al Colloquio dell’UNESCO a Buenos Aires, mentre continua a pubblicare articoli in riviste accademiche occidentali ed orientali.

Uno dei suoi articoli viene notato da un professore di Harvard, che lo invita ad insegnare negli Stati Uniti. Per vent’anni, Panikkar viaggerà tra India e America, dando lezioni di religioni comparate in diverse università degli Stati Uniti e dell’America Latina. A partire dal 1971 si stabilirira’ all’Università di California a Santa Barbara, pur continuando a recarsi periodicamente a Varanasi. In questo periodo pubblica numerosi articoli e la maggior parte dei suoi libri.

Trascorsi un quarto di secolo tra una delle città più ricche, dello stato più ricco, della nazione più potente e l’esatto contrario (a dodici ore di fuso orario) una delle città più caotiche […] : tra Santa Barbara, in California, negli Stati Uniti, e Varanasi, nell’Uttar Pradesh, in India. La mia vita interiore era, letteralmente, l’unico punto di unione tra due sfere della mia vita“.

Ritiratosi dalla vita accademica, Panikkar si stabilirà a Tavertet, dove condurrà una vita ascetica, pur partecipando alla vita culturale e religiosa catalana, tramite pubblicazioni su giornali e riviste

Il ritorno alla Catalogna costituisce per Panikkar il completamento del proprio karma: “chiudere il cerchio o radicare la mia vita, tornando al luogo dove sono nato”. Il 16 dicembre 1984 sposerà con rito civile Maria-Gonzalez Haba, una studiosa di materie orientali conosciuta a Monaco di Baviera. La diocesi di Vic, competente per territorio, lo sospende a divinis Latae sententiae.

Dal 1998 conduce le attività di Vivarium, centro di studi interculturale. Continuerà a scrivere e pubblicare, ex novo e rielaborando vecchi scritti. Quasi metà dei suoi lavori vengono pubblicati negli anni ’90.

Nel 2005, insieme ad un gruppo di amici e filantropi italo-svizzeri, crea Arbor la fondazione che diffonderà il suo pensiero ed in India realizzerà il suo principio di collaborazione interreligiosa per la lotta alla povertà in migliaia di villaggi rurali e tribali.

Nell’ultimo periodo, tra le sue attività di conferenziere, Panikkar si reca spesso in Italia e segue gruppi di dialogo e di incontro interreligioso. Insieme ad alcuni rappresentanti delle grandi religioni del mondo si occupa di un programma per la condivisione di esperienze e pratiche dei grandi mistici “The spirit of religion” che darà spunto per il convegno internazionale di Venezia del 2008 che ha riunito studiosi da tutto il mondo in occasione del suo 90º compleanno, durante il quale viene presentato il frutto del lavoro del gruppo, riportato nel libro I mistici nelle grandi tradizioni e del primo volume dell’Opera Omnia (in XVI volumi) pubblicati dalla casa editrice Jaca Book in collaborazione con la Fondazione Arbor . Nello stesso anno la fondazione insieme all’Università di Torino e al movimento Mezzopieno inaugura la prima cattedra universitaria dedicata al grande maestro, fondando la cattedra Raimon Panikkar in finanza etica. Muore il Tavertet il 26 agosto 2010.

Il pensiero di Panikkar rappresenta un punto di incontro tra Oriente e Occidente. Nella sua opera convergono diverse realtà: la realtà umana con le sue origini multiple indù e cristiane; la realtà accademica e intellettuale, interdisciplinare, interculturale e interreligiosa. Da ciò, l’importanza del dialogo nel suo pensiero. Una delle esigenze fondamentali è la coincidenza in uno stesso linguaggio. Il suo linguaggio è ricco, plurale ed aperto, e in esso le parole non sono meri termini concettuali, oggettivi ed univoci, ma simboli.

Per Panikkar, la realtà è sempre più ricca di qualunque teorizzazione o concettualizzazione. Ogni concetto è una semplificazione, e questa è inevitabile nell’evoluzione dei molteplici universi culturali.

La sua filosofia non è solo “amore della sapienza”, quanto piuttosto “sapienza dell’amore”. Nel suo pensiero non c’è contrapposizione tra filosofia e teologia, al contrario c’è la tensione a un superamento di questa possibilità, in quanto pensiero e religione sono intimamente uniti. In questa visione all’interno delle diverse esperienze delle varie religioni, ogni parte ha la “volontà” di aiutare a scoprire il tutto. Non affinché tutti siano cristiani o indù, ma alla ricerca di un dialogo realmente aperto, che porti alla mutua fecondità: che l’uno apprenda dall’altro.

Per Panikkar infatti l’essere umano è un essere in relazione, e il pluralismo autentico si manifesta come scoperta dell’altro. Il pluralismo non significa riconoscere molti modi (pluralità) ma definire molte forme per ottenere lo stesso obiettivo.

Panikkar è uno studioso nel cui pensiero la prassi è inestricabilmente legata alla teoria, la contemplazione all’azione, la preghiera all’impegno politico.

La sua filosofia è tutta tesa all’integrazione delle diverse dimensioni della realtà, che egli individua nella triade umano-divino-cosmico. In questa sua visione le tre dimensioni si co-appartengono, rimanendo distinte pur senza essere separabili.

Di fondamentale importanza nel suo pensiero, per il quale il sapere non è finalizzato ad una conoscenza asettica e tutto sommato sterile, ma al contrario è intriso di esperienza personale, è il tema della saggezza come arte di vivere.

«Non possiamo identificarci con le nostre idee. Le idee hanno importanza, ma una importanza relativa. Chi non sa superare la dicotomia tra l’essere e il pensare, tra ciò che uno è e ciò che uno pensa, diventa schiavo del proprio pensiero e in ultimo termine perde il senso cristiano dell’esistenza»
(La nuova innocenza)

Pur nella continuità della ricerca della sintesi e dell’armonia, i suoi scritti mostrano una evoluzione legata all’esperienza umana del divenire.

Il filo conduttore della produzione teologica di Panikkar rileva l’aspirazione di farsi carico dell’uomo e portarlo fino alla origine ultima, fino alla pienezza in una costante ricerca dell’armonia. Lo stesso Panikkar afferma: La mia grande aspirazione era ed è di abbracciare o, ancor meglio, di arrivare a essere (a vivere) la realtà in tutta la sua pienezza.

Panikkar considera la varietà delle religioni come sentieri che – diversi e distanti in partenza – conducono verso l’unica cima, in prossimità della quale essi tendono perciò ad unirsi: «A una certa altezza non vi sono più baratri; le vie si riuniscono oltre le valli»

Lui stesso confessava in una delle sue interviste: “Io non ho avuto un’esperienza di Damasco, non sono caduto da cavallo né ho avuto un’esperienza folgorante.… La vita la si vive… La vita ci è stata data… Siamo talmente abituati a oggettivare che subito ci facciamo eroi o ci confessiamo… Per dirlo in modo più filosofico: il gran mito dell’Occidente è la Storia… Io non scrivo la mia storia, la vivo.” (Esodo, 65).

E ancora dirà :

«Vorrei essere fedele all’intuizione buddhista, non allontanarmi dall’esperienza cristiana e rimanere in comunione con il mondo culturale contemporaneo. Perché innalzare barriere? Il fatto di elogiare una tradizione umana e religiosa non significa disprezzare le altre. La loro sintesi è improbabile e talvolta forse impossibile, ma ciò non vuol dire che l’unica alternativa consista o nell’esclusivismo o nell’eclettismo.»
dall’Introduzione – “Il silenzio del Buddha. Un ateismo religioso”, Milano 2006

La vita di Panikkar lo ha condotto ad assumere un’identità multipla e quadruplice: cristiana, per nascita ed educazione; indù, per origine e riscoperta; buddhista, per risultato del lavoro interiore; secolare, per contatto con il mondo occidentale.

Per Panikkar, l’incontro fecondo tra le culture dell’oriente e dell’occidente si sviluppa all’interno del proprio io, a livello intimo ed intra-religioso prima che inter-religioso:

«Un dialogo all’interno del proprio io, un incontro nel profondo della religiosità propria e personale dell’io, quando esso si imbatte in un’altra esperienza religiosa a questo livello intimo. Un dialogo intra-religioso che debbo avviare io stesso, interrogandomi sulla relatività delle mie credenze, accettando la sfida di una conversione e il rischio di mettere in crisi i miei approcci tradizionali»
da “El diálogo interno: la insufficiencia de la llamada ‘epoché’ fenomenológica en el encuentro religioso”, Salmanticensis, 2 1975

Scrivendo l’introduzione alla sua «opera omnia» afferma: «Non ho vissuto per scrivere, ma ho scritto per vivere in modo più cosciente e per aiutare i miei fratelli con pensieri che non sorgono soltanto dalla mia mente, ma scaturiscono da una Fonte superiore che si può chiamare Spirito – anche se non pretendo che i miei scritti siano ‘ispirati’»

di Daniela Ginepro