Molto conosciuta per i numerosi viaggi di esplorazione dell’Oriente, Alexandra David-Néel è stata una mistica di grande valore, un’illuminata che ha cercato di percorrere, con dedizione e coerenza, il sentiero spirituale tracciato dal Buddha.

Gli scritti e la sua esperienza di vita costituiscono un grande ponte tra due culture e due modi di approcciare la spiritualità. Grazie all’intuizione e alla visione di una donna occidentale profondamente spirituale, coraggiosa e indomita, in Oriente ispira l’elaborazione di una riforma che rende il buddismo, sfrondato da sovrastrutture e superstizioni, molto più adeguato ai tempi moderni.
A un Occidente fortemente impregnato di una cultura cattolica che ha perso il contatto più profondo con l’insegnamento del Cristo, gli scritti di Alexandra comunicano una visione della spiritualità orientale e del buddismo tibetano molto più essenziale, capace di trasformare la vita e di darle significato e pienezza senza rinunciare al mondo concreto.

Alexandra Dvid Neel nasce a Parigi il 24 ottobre 1868. Una madre da cui si sente rifiutata e un padre poco protettivo portano Alexandra a sviluppare uno spirito libero e individualista.

Nelle sale del Museo di arte asiatica Guimet di Parigi la giovane Alexandra rimane folgorata dalla visione della statua del Buddha. Intuisce che quella immobilità è il frutto di un lungo viaggio interiore, ed è da lì che Alexandra parte per una vita dedicata a un’esplorazione che è geografica e spirituale insieme.

Nasce in lei un’accesa passione verso i più profondi aspetti spirituali e religiosi dell’Oriente e il desiderio di recarsi in India, la patria del Buddha. Per imparare l’inglese si reca a Londra dove si immerge nello studio dei testi orientali dei Veda e dei Vedanta e nella lettura dei poemi della mitologia indiana.
Grazie all’eredità di una zia, nel 1890 si imbarca per l’India per approfondire Induismo e Buddismo. Raggiunge Darjeeling dove la vista delle vette himalaiane la porta a sentire quella profonda attrazione per il vicino Tibet e per il Buddismo tibetano che saranno la nota dominante della sua vita.
Rientrata a Parigi, il tracollo economico causato dal padre la costringe a trovarsi un impiego per mantenersi. Sfrutta il dono della sua bellissima voce e diventa cantante lirica con lo pseudonimo di Alexandra Myrial. Nello stesso tempo è attratta dalla vita intellettuale parigina e si dedica alla scrittura.

Nel
1898 pubblica Pour la Vie in cui propone la sua idea di società ispirata dalle idee filosofiche buddiste in cui le Quattro Nobili Verità indicano il sentiero da percorrere per affrancarsi dalla sofferenza.
Due anni dopo una tournée la porta fino in Tunisia dove incontra Philippe Néel, uomo ricco e affascinante che ama la bella vita e non ha alcuna propensione verso la spiritualità. Alexandra se ne innamora e nel 1904 lo sposa nonostante senta il matrimonio come una limitazione alla sua libertà. L’unione si rivela presto infelice anche se i due manterranno un rapporto epistolare fino alla morte di Philippe nel 1941.
Alexandra raggiunge una certa notorietà come giornalista nei circoli letterari parigini. Lo studio degli insegnamenti orientali costituisce per lei un filtro attraverso il quale è in grado di compiere una lettura profonda delle sue vicende interne e degli eventi esterni.
Alla luce delle Quattro Nobili Verità del Buddha elabora il tema del femminismo e perviene alla conclusione che soltanto l’indipendenza economica può consentire alla donna di scegliere il proprio destino. La causa del problema è dunque da ascrivere a un atteggiamento femminile di dipendenza piuttosto che ai comportamenti esteriori di una società maschilista. Ma le sue riflessioni, esposte nel 1908 al Congresso delle Femministe italiane a Roma, non vengono comprese dalle donne presenti, la maggior parte delle quali appartiene all’alta società e non ha problemi economici.
Nello stesso anno pubblica il libro Le Bouddhisme du Bouddha, in cui afferma che il buddismo non è mera filosofia ma un programma di azione per eliminare la sofferenza attraverso il Nobile Ottuplice Sentiero: Retta Visione, Retta volontà, Retta Parola, Retta Azione, Retta Vita, Retto Sforzo, Retta Attenzione e Retta meditazione.
Nel 1911 inizia il suo secondo viaggio in India, in cui approfondisce le sue conoscenze del paese. La condizione delle spose bambine l’allontana dall’induismo proprio per l’insanabile contraddizione che scorge tra filosofia e pratica.
La sua fama di orientalista è ormai diffusa e il viaggio si rivela ricco di incontri stimolanti: la teosofa Annie Besant e Sri Aurobindo, patriota e guida spirituale di migliaia di discepoli, e il Dalai Lama. A Kalimpong inizia un profondo rapporto spirituale con il figlio del marajah del Sikkim, che le chiede consigli per una riforma del buddismo nel suo paese.

Quello che appare estremamente interessante agli studiosi orientali del buddismo è la capacità di una donna occidentale di trarre dall’insegnamento un’applicazione pratica e moderna che non ne diminuisce la profondità filosofica e spirituale, ma che anzi la esalta rendendola più consapevole.

In Sikkim Alexandra incontra il giovanissimo Aphur Yongden, che è ritenuto essere la reincarnazione di un Lama. Diventa per lei un aiuto prezioso sia in viaggio che per le traduzioni e adattamenti dei libri tibetani. Alexandra lo adotterà in seguito come figlio.

A Lachen conosce il Gomchen, il Lama tibetano che diventerà suo maestro. Con lui vive uno dei momenti più intensi di comunione spirituale della sua vita e lavora a una riforma utile a propagandare un buddismo più vicino alle sue origini storiche.
Il Gomchen la invita a risiedere in un rifugio di roccia situato a 3500 metri di altezza, dove per venti mesi studia la lingua tibetana e la vita dei mistici e apprende ulteriori insegnamenti esoterici e pratici. Al termine dell’esperienza riceve dal maestro il nome di battesimo tibetano: “Lampada di Saggezza”. E veramente Alexandra rappresenta un punto di luce visibile di grande saggezza, perché in lei la conoscenza degli insegnamenti orientali e del buddismo tibetano diventano sempre occasione di sperimentazione nella vita concreta, con quella coerenza tra teoria e pratica che sono il suo punto di forza e che rende così attrattivi i suoi scritti. Tutto quello di cui parla non è affermazione che nasce dallo studio, ma è conoscenza diretta, è esperienza, è allargamento di coscienza che diventa, appunto, saggezza.
Anche dalle lettere inviate al marito Philippe, che continua a sostenere generosamente i suoi viaggi, traspare sempre quella serenità d’animo possibile soltanto a chi ha davvero sperimentato su di sé l’impermanenza del mondo.

Nel 1916 Alexandra decide di entrare clandestinamente in Tibet
e la trasgressione le costa l’espulsione dal Sikkim. Nei due anni seguenti viaggia in Birmania, in Giappone e in Corea e soltanto nel 1918 sperimenta nel monastero di Kum-Bum in Cina, quella dimensione spirituale che le appartiene.

All’inizio del 1921 parte in direzione del Tibet
affrontando durissime condizioni di viaggio. Nonostante gli ostacoli frapposti dalla burocrazia cinese, riesce ad arrivare a Lhasa nella primavera del 1924.

È la prima donna occidentale a entrare nella città proibita.
Ha viaggiato fingendosi una anziana madre tibetana in pellegrinaggio con il giovane figlio Lama (che è Yongden). Racconterà questa esperienza nel libro Viaggio di una parigina a Lhasa, che in Europa le porta riconoscimenti, premi, e inviti a incontri conferenze.
Con Yongden pubblica in seguito il libro: Le Lama aux cinq sagesses, nato da un’idea del giovane di scrivere insieme un romanzo che mostri il vero Tibet.
Alexandra viaggia ancora dal 1937 al 1945 e viene accolta in Cina con ogni onore. Quindi ritorna in Francia e si trasferisce a Digne, in Provenza, dove continua a pubblicare libri tratti dai suoi appunti di viaggio e a commentare testi sul buddismo tibetano.

Muore a Digne l’8 settembre del 1969.


Per approfondire:

Alessandra Bruni “Alexandra David-Néel”, Alieno Editrice, Perugia;

Alexandra David-Néel “Viaggio di una parigina a Lhasa”, editrice Voland, Roma

A cura del Gruppo Biblioteche del Dipartimento Cultura – articolo di Maria Vittoria Randazzo